Cento anni

«La sera di uno dei primi giorni del dicembre 1905 un piccolo gruppo di colti nostri concittadini si adunava in una sala dell’attuale palazzo della Banca d'Italia in via Mandelli, ospite dell’indimenticabile poeta Valente Faustini, per gettarvi le basi di quel “Bollettino Storico Piacentino”»(1) che ora entra nel suo centesimo anno di vita.
Se ufficialmente il «Bollettino» nasceva dunque ad opera di un’associazione di «studiosi per così dire di professione o cultori dilettanti di storia, letteratura e arte locale»(2), ideatore e promotore dell’iniziativa e direttore, e poi anche proprietario, della rivista era Stefano Fermi, allora giovane di ventisei anni. Laureato alla Facoltà di Lettere dell'Istituto di studi superiori in Firenze, dall’anno scolastico 1904-05 trasferito a Cremona, Fermi constatava che Piacenza «non ha partecipato finora a quell’intenso movimento che – grazie sopratutto a un nuovo più severo e più rigoroso metodo di critica – si è manifestato da parecchi decenni in tutta Italia nel vasto campo degli studi storici»(3), e vedeva in una nuova rivista storica, quale avevano molte altre città che non erano da più della nostra, il mezzo per rinnovare la vita culturale piacentina. Per questo il «Bollettino» nasceva, nelle intenzioni del direttore e dei suoi collaboratori più fidati, «non come mero foglio provinciale o locale, ma come raccordo fra la storia di Piacenza (e del suo territorio e/o Ducato) e la storia tout-[4]court»(4); e si proponeva come palestra di giovani, e soprattutto strumento di organizzazione culturale. Di qui la raccolta di notizie d’interesse piacentino, la recensione e segnalazione di pubblicazioni, lo spoglio non solo dei quotidiani e periodici piacentini, ma di riviste nazionali e locali perseguiti da Fermi coll’aiuto di una vasta rete di collaboratori, di cui rendono testimonianza le 11.000 lettere dei suoi corrispondenti(5), e con una capacità di lavoro personale di cui non è facile trovare l’uguale. E alla rivista, quale sua emanazione, si affiancava nel 1910 una collana, la Biblioteca storica piacentina, che in trent’anni avrebbe accolto ventiquattro volumi.

Il «Bollettino» di Stefano Fermi sarà oggetto di un’apposita giornata di studi nel prossimo autunno(6); qui basti dire che a questi proponimenti del primo direttore anche i suoi successori – pur nel variare dei tempi e delle circostanze, e ciascuno con l’impronta della sua personalità – si sono sforzati di mantenersi fedeli.
Infatti, morto Stefano Fermi nell’ottobre del ’52(7), mentre la proprietà della rivista restò agli eredi – e se ne prese cura l’ultimo figlio, Vittorio, che già in questo aveva assistito il padre –, la direzione fu assunta da Emilio Nasalli Rocca, direttore della Biblioteca Comunale «Passerini-Landi» e già collaboratore di Fermi, il quale nel suo editoriale sottolineava una linea di continuità, dichiarando di non avere «nessun nuovo programma da proporre. La tradizione del Bollettino si è fissata in una soda e austera dignità scientifica e si è affermata con largo apprezzamento nel campo degli studi storici in Italia e all’Estero. Tale ispirazione deve essere mantenuta e si manterrà con la fiducia che essa sarà assistita da generali consensi»(8). Al magistero di Nasalli, esercitato fino alla morte, nel dicembre del ’72, oltre che dalla direzione del «Bollettino», dalla «Passerini-Landi» e dalla catte[5]dra universitaria, risale la formazione di una generazione di storici piacentini(9); con Nasalli si fanno più stretti i legami con la nostra Biblioteca Comunale del «Bollettino», il cui notiziario diviene – e tale è rimasto fino a ieri – come il bollettino bibliografico della sezione locale della «Passerini-Landi».

A Nasalli succedeva Giovanni Forlini(10), che ribadiva come la rivista dovesse conservare «il carattere e la fisionomia di un serio contributo alla diffusione della cultura nostrana, non avulsa dalla cultura di più vasto respiro, anzi degnamente in essa inserita»(11); un’impronta che con lui si caratterizzava anche come ripresa degli studi letterari ottocenteschi e giordaniani che erano stati cari a Fermi. E quando, alla fine del ’78, compiuti gli ottant’anni, Forlini, con una scelta non frequente, lasciava la direzione, poteva serenamente affermare che «in questi sette anni il “Bollettino” si era preoccupato anzitutto», attraverso la collaborazione di «studiosi di diversa estrazione e tendenza (nessuna esclusa), piacentini, e non solo tali, di contribuire a valorizzare il nostro patrimonio culturale attraverso validi recuperi e approfondimenti, senza trascurare raccordi e inserimenti nella vita culturale del nostro Paese»(12).
Subentrava a Forlini una direzione collegiale, composta da Vittorio Anelli, Carmen Artocchini (direttore responsabile) e Carlo Emanuele Manfredi, quest’ultimo successore di Nasalli nella direzione della «Passerini-Landi». Era anche questa una scelta di continuità – Artocchini e Manfredi avevano già collaborato con Forlini nella redazione della rivista –, ma insieme la constatazione che la crescente complessità dei temi di cui il «Bollettino» era chiamato ad occuparsi richiedeva una pluralità di competenze(13).

[6] Nel settembre dell’89 moriva quasi improvvisamente Vittorio Fermi, che per quasi quarant’armi non solo aveva amministrato la rivista con la precisione e l’efficienza che lo caratterizzavano nella vita professionale, ma ne aveva all’occorrenza fatto quadrare il bilancio –quando le entrate e i contributi di enti pubblici e privati non fossero sufficienti – con risorse proprie(14), cui si univano quelle dei fratelli Cesare ed Ernesto(15). Con la morte di Vittorio, la famiglia Fermi non era più in condizione di occuparsi del «Bollettino»; per scongiurare la scomparsa della rivista si costituiva allora l’Associazione Amici del Bollettino Storico Piacentino, cui i Fermi cedevano liberalmente la proprietà della testata e della Biblioteca storica, assistendola nel passaggio delle consegne anche col proprio apporto finanziario.

L’Associazione, oltre a farsi garante della sopravvivenza della rivista – di cui confermava la direzione –, si proponeva di «continuare l’azione di promozione culturale da sempre svolta dal Bollettino come centro d’aggregazione di interessi e di persone, ma in modo più esplicito, con maggiore sistematicità e in sempre più stretta collaborazione con gli enti che operano istituzionalmente in questo campo»(16), supportando la progettualità della direzione; e i suoi programmi trovavano il pronto sostegno delle nostre istituzioni pubbliche e private, che confermavano o accrescevano contributi già in precedenza concessi o ne apportavano di nuovi sia per la pubblicazione e diffusione del «Bollettino» che per altri progetti e iniziative(17). Così da allora la rivista ha potuto contare su risorse stabili come prima non era mai avvenuto, grazie all’intervento della Provincia e del Comune di Piacenza, della Cassa di Risparmio, poi Fondazione di Piacenza e Vigevano, della Banca di Piacenza, della Camera di Commercio e dell’Associazione [7] Industriali; anzi, la Banca di Piacenza, la Fondazione e la Provincia aderivano all’Associazione, come il nuovo editore del «Bollettino», la ditta Tip.Le.Co. Così in questa nuova fase della sua vita il «Bollettino» ha potuto raggiungere una larga diffusione nelle biblioteche, nelle Università e negli istituti culturali e promuovere o collaborare a convegni, giornate di studio e altre iniziative; e, conclusa nel ’91 la prima serie della Biblioteca storica con il quarantesimo volume, nel ’92 è stata inaugurata la nuova serie, che conta ad oggi sedici titoli(18).

Ma le ricorrenze non sono solo occasione di bilanci: date per acquisite le più favorevoli condizioni di cui dicevamo, quale dovrà essere il futuro del «Bollettino»? «Negli anni in cui il Fermi ne è stato direttore, il “Bollettino” ha espresso in modo significativo ciò che veniva prodotto nell’ambito della ricerca storica piacentina da parte di cultori, docenti di scuole superiori, universitari, archivisti, bibliotecari, collezionisti ed ecclesiastici [...]. La ricerca storica si stava affinando e dividendo in molti settori, ma il mondo degli studi storici non si era ancora definitivamente spaccato in due, separando in modo forse irreversibile la figura dello storico di professione da quella dello storico “dilettante” e decretando probabilmente – salvo il caso di aree privilegiate tra cui potrebbe essere Piacenza forse proprio grazie all’eredità del Fermi e dei suoi – il tramonto della ricerca locale, ora occupata dalle istituzioni, ora dismessa nell’urgenza delle difficoltà quotidiane e nel declinare degli interessi nati dalla formazione universitaria»(19). Se la prognosi è sostanzialmente corretta – come credo che sia, nonostante la non infondata iscrizione di Piacenza tra le aree “privilegiate” –, mi sembra chiaro il compito di una rivista di storia “locale” che stenti a riconoscersi in una definizione del proprio oggetto come «genere storiografico minore ed erudito, quasi ausiliario rispetto alle grandi sintesi o ai grandi disegni interpretativi»(20).

[8] Noi crediamo che, in un contesto, generale e locale, tanto mutato anche rispetto a vent’anni fa – basti pensare alla molteplicità di soggetti oggi attivi in questo campo anche a Piacenza –, occorra mettere a punto un nuovo modello di organizzazione della ricerca nell’ambito della storia locale, «trovare un terreno d’incontro fra le Università [...] e gli studiosi nostri; dalle prime possono venire gli aggiornamenti metodologici e tematici, dai secondi quelle conoscenze dei materiali e degli strumenti che le Università non possono avere, e quelle motivazioni [...] che possono essere solo nostre». E noi crediamo anche che le riviste di storia locale «possano– e quindi debbano – svolgere un ruolo insostituibile in questa direzione [...], non solo registrando quello che succede nel campo della ricerca storica, ma promuovendola secondo un progetto [...] che nelle loro redazioni e nei loro comitati scientifici trova il naturale luogo di elaborazione»(21). E in questa direzione appunto intendiamo continuare a muoverci, da un lato svolgendo in modo più efficace e sistematico la raccolta e la diffusione di informazioni archivistiche e bibliografiche che hanno fatto del «Bollettino» un insostituibile strumento di lavoro (sono in preparazione gli indici dei primi cento anni della rivista e un sito internet), dall’altro arricchendo di nuove competenze la nostra redazione e allargando la rete di relazioni con gli istituti di ricerca; nella convinzione di riproporre così, nelle forme adeguate ai tempi, il progetto di Stefano Fermi.

[Vittorio Anelli]

NOTE

  1.  Stefano Fermi, Il prof. Francesco Picco, in «Libertà», quotidiano di Piacenza, 15 marzo 1950.
  2. Ibid.
  3.  La Direzione [Stefano Fermi], Al lettore, in «Bollettino Storico Piacentino» (d’ora innanzi BSP), I, 1906, pp. 5-7, a p. 5.
  4.  Piero Treves, voce Fermi Stefano, in Dizionario biografico degli italiani, 46, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1996, pp. 343-345.
  5. Cfr. Manola Perugi Morelli, Indice dei corrispondenti e dei destinatari del carteggio Fermi: uno strumento per un fondo, un fondo per la storia, in BSP, XCIII, 1998, pp. 275-294.
  6. Vedi il Notiziario di questo fascicolo del «Bollettino» [Gli Atti sono stati editi nel vol. 2° della nuova serie della Biblioteca storica piacentina: Stefano Fermi e il Bollettino storico piacentino. Giornata di studi per i cento anni della rivista, Piacenza, 29 novembre 2005, a cura di Vittorio Anelli, Piacenza, Tip.Le.Co., 2006]. Sulla storia del «Bollettino» cfr. Daniela Morsia, Il «Bollettino Storico Piacentino» in un secolo, in Le riviste storiche fra coscienza nazionale e memoria municipale. Atti del Convegno, Lodi, 10 maggio 2002, a cura di Angelo Cerizza e Angelo Stroppa, a cura dell'«Archivio Storico Lodigiano», Lodi, 2003 (Quaderni di studi lodigiani, 8), pp. 65-71.
  7.  Su Stefano Fermi, oltre alla voce di Piero Treves cit. alla nota 4, cfr. Emilio Nasalli Rocca, Stefano Fermi (1879-1952), in BSP, XLVII, 1952, pp. 57-76; Giovanni Forlini, Il contributo recato da Stefano Fermi allo studio delle lettere italiane, ibid., pp. 104-108; Piero Treves, Ritratto di Stefano Fermi, in Cultura piacentina tra Sette e Novecento. Studi in onore di Giovanni Forlini, Piacenza, Comitato per la promozione degli studi piacentini, 1978, pp. 201-218.
  8.  Emilio Nasalli Rocca, Ai lettori, in BSP, XLVIII, 1953, pp. 1-3, a pp. 1-2.
  9. Su Emilio Nasalli Rocca vedi la commemorazione tenutane da Ugo Nicolini pubblicata in BSP, LXVIII, 1973, pp. 65-78 e Daniela Morsia, voce Nasalli Rocca Emilio, in Dizionario biografico piacentino (1860-1980), Piacenza, Banca di Piacenza, 2000, pp. 242-243.
  10.  Mentre Forlini, su proposta della sezione piacentina della Deputazione di storia patria per le Province parmensi, assumeva l’incarico di direttore scientifico, Carmen Artocchini svolgeva il ruolo di direttore responsabile; a Vittorio Fermi faceva capo la gestione amministrativa.
  11.  D. [Giovanni Forlini], editoriale senza titolo, in BSP, LXVIII, 1973, p. 1. Cfr. anche il «bilancio morale» (non firmato) redatto dal Forlini nel 1976, Settant’anni!, in BSP, LXXI, 1976, pp. 1-6.
  12. Giovanni Forlini, Commiato, in BSP, LXXIII, 1978, p. 97. Su Giovanni Forlini cfr. Piero Treves, voce Forlini Giovanni, in Dizionario biografico degli italiani, 49, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1997, pp. 14-16.
  13. Nell’86 l’Artocchini rinunciava all’incarico di direttore responsabile, in cui veniva sostituita da Vittorio Fermi. Per un giudizio sul «Bollettino» di questi anni cfr. Sebastiano Timpanaro, Le lettere di Pietro Giordani ad Antonio Papadopolì, in «Critica storica», XXVII, 1990, p. 734, poi in Id., Nuovi studi sul nostro Ottocento, Pisa, Nìstri-Lischi, 1995, p. 55.
  14.  Le vicende della gestione economica del «Bollettino» non sono ricostruibili perché le carte relative all’amministrazione sono andate perdute nel passaggio di proprietà della rivista (vedi oltre); ma sotto questo aspetto dopo il primo decennio la vita del «Bollettino» non dev’essere stata facile: il numero di pagine dell’annata, stabile a 288 tra il 1906 e il 1915, dopo qualche oscillazione fra il ’16 e il ’20 scende a 192 fra il ’21 e il ’34 per precipitare sotto le 100 tra il ’42 e il ’50 (con il record negativo di 64 nel ’46 e nel ’49); sopra le 200 si torna soltanto a partire dal ’74, ma con oscillazioni anche vistose del numero delle pagine, finché la rivista ritrova un suo equilibrio negli anni Ottanta, quando sembra che siano intervenuti, o si siano fatti più costanti, contributi di enti e istituzioni. Osservazioni analoghe si possono fare per la Biblioteca storica piacentina, di fatto interrotta tra il ’40 e il ’55 e poi di nuovo, dopo altri quindici volumi (e tre fuori serie), tra il ’79 e il ’91 (vedi l’elenco dei titoli nel vol. XL, Maria Ludovica Bussi, Musica e musicisti presso i ser.mi duchi Farnese in Piacenza (1545-1731), Piacenza, Tip.Le.Co, 1991).
  15.  Vedi il necrologio di Vittorio Fermi in BSP, LXXXV, 1990, pp. 469-470.
  16.  Ai lettori, in BSP, LXXXV, 1990, pp. 3-5, a p. 4.
  17.  Sulla prima attività degli Amici del Bollettino cfr. la rubrica L’Associazione apparsa sulla rivista dal 1990 al 1998.
  18.  L’elenco si trova nella 4ªdi copertina dei fascicoli del «Bollettino».
  19.  Perugi Morelli, Indice dei corrispondenti e dei destinatari del carteggio Fermi, p. 280.
  20. La definizione è di Giorgio Chittolini, che – in un contributo ben più ricco di spunti e di suggestioni dì quanto non possa apparire nel cenno che segue –, nel tentativo di cogliere la specificità della «storia locale», dopo aver negato che la distinzione fra «storia locale» e «storia generale» possa fondarsi «sulla base semplicemente della maggiore o minore ampiezza del territorio cui la ricerca si applica», o «sulla base di un criterio oggettivo di maggiore o minore importanza, ovvero di maggiore o minore generalità dei temi trattati», conclude: «Piuttosto che da una specificità di àmbito geografico, o di temi trattati, l’idea di storia locale, in confronto con la storia generale, mi pare discenda da una minore ampiezza di respiro storiografico, da una più limitata o meno aggiornata problematicità, magari anche da una certa sprovvedutezza tecnica: dal porsi come genere storiografico minore ed erudito, quasi ausiliario rispetto alle grandi sintesi o ai grandi disegni interpretativi: caratteristiche che risultano accentuate dal fatto che tali indagini locali sono spesso condotte da storici non professionisti, meno agguerriti o semplicemente lontani dai temi e dai problemi storiografici più dibattuti, e propensi invece a rifarsi a impostazioni di discorso e a schemi narrativi tradizionali». Il che è ben detto e, nei fatti, sostanzialmente condivisibile; ma questo non toglie che, tra chi si occupa di storia in ambito locale, sia viva l’aspirazione a produrre risultati che Chittolini non inscriverebbe nella storia locale come da lui definita. Del resto, lo stesso Chittolini auspica «la risoluzione della figura dello storico locale nella figura dello storico senza aggettivi», indicando diverse prospettive per «superare la barriera tra storico locale e storico di professione, per così dire, in modo non occasionale» in una direzione che ci sembra in parte convergente con la nostra. Cfr. Giorgio Chittolini, A proposito di storia locale per l’età del Rinascimento, in La storia locale. Temi, fonti e metodi della ricerca. Atti del Congresso su Temi fonti e metodi della ricerca storica locale, Pisa, 9-10 dicembre 1980, a cura di Cinzio Violante, Bologna, Il Mulino, 1982, pp. 121-133 (le citazioni sono alle pp. 121, 122, 127 e 126).
  21. Cfr. Vittorio Anelli, La storia locale fra ricerca scientifica e coscienza civile, in «Archivum Bobiense», XXII, 2000, pp. 35-42, a p. 39.

[Da «Bollettino Storico Piacentino», C, 2005, pp. 3-8]