Settant’anni!

Quel manipolo di giovani e anche non più giovani amici che nel lontano 1906, riuniti intorno a Stefano Fermi, decidevano di dar vita a un periodico modestamente battezzato «Bollettino», non presagiva certo che esso avrebbe resistito per tanti anni e sarebbe sopravvissuto a fortunosi eventi non culturali soltanto. Ci volle un bel coraggio, ma soprattutto ci volle una tenace e viva fede nei valori della cultura. I nomi dei promotori che precedono l’atto costitutivo del «Bollettino Storico Piacentino» sono legati alle varie attività e discipline che si articolano nella storia così detta istituzionale, nelle lettere, nelle arti e infine nel folclore. Scorrendo quei nomi, constatiamo che alle memorie cittadine si dedicarono Leopoldo Cerri, Giuseppe Nasalli Rocca, Gaetano Tononi, Giovanni Mischi, e lo stesso Stefano Fermi, direttore e animatore del «Bollettino», per ben nove lustri, e al quale erano familiari altresì i problemi letterari in virtù anche di un magistero severamente professato. Nomi di personaggi piacentini divenuti più celebri fuori Piacenza sono quelli di Ildebrando Della Giovanna, di Egidio Gorra e quello dello storico Vittorio Fiorini. Piacentino di adozione, anche per aver insegnato a Piacenza, fu Francesco Picco che del Fermi divenne subito assiduo collaboratore. Legati infine alle arti figurative, Francesco Ghittoni, Camillo Guidotti, Manfredo Manfredi, Arturo Pettorelli. Non tutti questi figureranno poi fra i col[2]laboratori del «Bollettino», ma il loro nome costituì fin da allora un felice auspicio; d’altra parte il periodico meritò ben presto l’interesse di studiosi di una certa notorietà, non piacentini, i quali con i loro contributi recarono via via prestigio al «Bollettino»: segnaliamo alla rinfusa, Umberto Benassi, Carlo Calcaterra, Francesco Ercole, Giovanni Ferretti, Ezio Levi, Omero Masnovo, Ettore Rota, Edmondo Solmi, Nicola Terzaghi.

Fin dall’inizio il Fermi seppe intrecciare una fitta rete di rapporti con studiosi, compiendo una saggia opera di coordinamento allo scopo di assicurare al periodico la fisionomia e le caratteristiche proprie di un mezzo di informazione culturale a livello scientifico; del resto i nomi che abbiamo qui sopra ricordati, costituivano quella garanzia di serietà che fu il proposito costante del Fermi e dei suoi più stretti collaboratori.
A chi scorra l’indice delle annate, vien fatto di constatare come il «Bollettino», fedele ai suoi scopi indicati del resto nella testata, abbia trattato ab integro o ripreso con nuovi elementi originali, argomenti attinenti il nostro passato, dalle origini al Comune, al periodo dello splendore farnesiano, a quello – anche se invero meno splendido – borbonico cui seguì un risorgimento culturale che investì beneficamente anche la nostra vita sociale. Agli avvenimenti che il periodico andava via via illustrando sempre criticamente, si accompagnava la presentazione di personaggi operanti nelle varie attività, compresi gli uomini del periodo propriamente risorgimentale.

L’apertura del «Bollettino» è dimostrata dalla registrazione di manifestazioni della vita di città e provincia che fossero legate alle nostre tradizioni popolari e al folclore, non esclusa quindi la produzione dialettale: tutto ciò insomma che fa storia e che interpreta l’anima della nostra gente. Né veniva trascurata la segnalazione di scritti in qualche modo attinenti <a> Piacenza e al suo territorio e apparsi in pubblicazioni non locali; non di rado tuttavia in questo settore il Fermi esercitava il proprio diritto a un giudizio critico là dove la verità storica non fosse stata rispettata. Si leggono ancora con interesse quelle rubriche dedicate alla tutela del patrimonio artistico piacentino o alla preservazione del medesimo da insensate manomissioni o distruzioni: in questi casi fermi e recisi erano gli interventi di collaboratori qua[3]lificati; anche ben ferma fu la posizione presa dal periodico in occasione di denominazioni di vie che dovevano ispirarsi a ragioni storiche locali e alle tradizioni radicate nell’uso popolare. Non fu trascurata infine la illustrazione dei contributi di carattere artistico, mediante riproduzioni di materiale documentario di primo ordine e che quindi rivestiva una speciale importanza.

Segno sicuro di vitalità diede il «Bollettino» quando pubblici avvenimenti, quali la prima e la seconda guerra mondiale, misero in difficoltà analoghe pubblicazioni. Pur ridotto di consistenza, a ciò concorrendo anche la circostanza che non pochi collaboratori dovettero cedere alle armi le loro opere di pace, il «Bollettino» resistette e superò la prova, seguendo anzi con viva adesione specialmente le vicende della prima guerra, durante la quale condivise le ansie e le speranze di tutti, non senza additare alla pubblica ammirazione i caduti.
Cura particolare dedicava il «Bollettino» alla rubrica destinata alla Cronaca e precisamente alla segnalazione di scritti o notizie apparsi in periodici locali: insofferente del dilettantismo e delle estrosità fantasiose, il direttore, o chi per esso, all’occorrenza non mancava di esprimere il proprio severo giudizio. Il periodico inoltre andava rilevando inesattezze ed errori di fatto nei quali incorrevano quanti, studiosi non nostrani, scrivevano di cose piacentine.

A un certo punto verrà fatto al lettore di chiedersi come vivesse il Bollettino. Quasi unica fonte era, ed è tuttora, l’apporto degli associati; si aggiunga il contributo di singoli cittadini inteso a incoraggiare e a potenziare l’attività svolta dal periodico. Non si può dire che altrettanto sollecita e generosa fosse l’adesione di enti pubblici che anche quando furono sollecitati, non si mostrarono molto sensibili all’opera svolta dalla nostra rivista, in ordine anche alla difesa e alla salvaguardia del patrimonio artistico e culturale piacentino. Si sottolinea d’altra parte che da una decina d’anni il «Bollettino» è stato riconosciuto ufficialmente come «rivista di elevato interesse culturale» e come tale gode di interventi finanziari della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ma vogliamo qui sottolineare come la nota costante del «Bollettino» e che tale rimase – pur attraverso vicissitudini difficili – fosse, insieme con la ricerca della verità storica, un coerente e fermo spi[4]rito di indipendenza ideologica, il che valse a non inserirlo fra gli organi culturali «protetti». Chi scrive sa bene che durante il regime il Fermi seppe resistere alle sollecitazioni di amici anche influenti perché venissero chiesti aiuti agli organismi che allora detenevano il monopolio della cultura. Il direttore ben sapeva che il prezzo sarebbe stato troppo alto e preferì che il periodico vivesse in dignitosa povertà di mezzi, sorretto dal concreto appoggio di amici. Nessuna parola intanto si leggeva sulla rivista che adombrasse anche solo una larvata adesione ai poteri allora dominanti: esemplare coerenza fra la sua creatura e l’uomo che, proprio per aver proclamato con fermezza la sua intima convinzione in ordine alla libertà di pensiero, pagò di persona.
Quanto qui ricordato ci sembra la nota più qualificante e un titolo d’onore per il nostro «Bollettino».

Dopo un collaudo quadriennale, alla rivista si pensò di affiancare pubblicazioni e saggi che contribuissero a illustrare tutto ciò che potesse in qualche modo recare luce a quel complesso di memorie che forma la storia vera e multiforme di una regione antica e progredita nella civiltà come la nostra. Nacque così la «Biblioteca Storica Piacentina», con un vasto programma che andasse dallo studio e dalla utilizzazione di un copioso materiale archivistico giacente inerte in biblioteche e in archivi anche privati, alla compilazione di monografie in cui ampiamente ed esaurientemente si trattasse di personaggi piacentini dei quali si possedevano solo notizie frammentarie.

Chi scorra i titoli dei trentacinque volumi usciti dal 1910 fino al 1971, constata che in essi sono realizzati gli intendimenti e i propositi, nonché il programma quale era stato delineato nel 1909. Citiamo a titolo di esempio e senza sottovalutare gli altri, il volume su Ubertino Laudi (1914) esponente dell’Arcadia piacentina, figura nota anche al di là dei nostri confini; ricordiamo inoltre la ricca Miscellanea di storia, letteratura e arte piacentina (1915) cui po­sero mano anche saggisti non piacentini, e che incontrò larghi consensi. Punto indispensabile di riferimento rimangono pur sempre i Saggi Giordaniani (1915) che la critica giudicò assai favorevolmente, spesso citati nei vari scritti relativi al Giordani e alla cultura del primo Ottocento. Fondamentale altresì il volume sull’opera di Pietro Gioia [5] per Piacenza e per l’Italia (1920), come quello su Giuseppe Poggi (1923) e l’altro su Luigi Maria Rezzi, il fondatore della Scuola Romana. L’opera su Giuseppe Manfredi (1927) infine, con il corredo di documenti anche inediti, costituisce l’ultima parola su questo personaggio di primo piano nella nostra storia. La «Biblioteca Storica» si preoccupò altresì di rendere noti al pubblico degli studiosi i documenti originali relativi anche alle attività commerciali e artigiane: basta qui citare gli Statuti dei Paratici piacentini (1930). I volumi usciti più di recente sono invece in prevalenza costituiti da vari contributi di studiosi nostri, in occasione di ricorrenze centenarie.

L’azione coordinatrice del Fermi, si soffermò soprattutto sui giovani collaboratori ai quali egli accordava larga assistenza e aiuto per addestrarli al lavoro di indagine e di sintesi; sappiamo che non ospitava sul «Bollettino» scritti che troppo palesemente tradivano improvvisazione e superficialità; intendeva infatti che il periodico fosse anche per i giovani palestra di studi severi e di indagini condotte con metodi scientifici.
Scomparso troppo presto nel 1952 il Fermi, il suo naturale e congeniale successore non poteva essere se non Emilio Nasalli Rocca, assiduo e apprezzato collaboratore fin dalla gioventù, il più esemplare discepolo uscito dalla scuola del Fermi. Il Nasalli accentuò la sua preferenza per le nuove leve di giovani e anche non più giovani, guidandoli saggiamente in virtù della sua consumata esperienza di studioso: ben presto alcuni si imposero per le spiccate attitudini agli studi storici, conseguendo lusinghieri risultati. Si deve in ogni caso dare atto al Nasalli di aver fedelmente ricalcato le orme tracciate dal Fermi. Chi a lui subentrò nel 1973, assecondato dall’aiuto degli amici di redazione e con l’indispensabile concorso di apprezzati collaboratori, intende perseguire gli indirizzi e i propositi di chi lo precedette.
Ma il presente bilancio, diciamo morale, non sarebbe né fedele né completo se non venissero qui segnalati gli sforzi che l’Amministrazione sta compiendo per tenere in vita un periodico ormai familiare agli studiosi per il valido contributo che esso reca al progresso degli studi e alla valorizzazione delle nostre migliori tradizioni: i fratelli Ernesto, Cesare, Vittorio Fermi per questo sono [6] veramente benemeriti della cultura, nel nome e nel ricordo di Stefano Fermi del quale il «Bollettino» intende serbare non delebile memoria, nella legittima prospettiva di una ben meritata continuità.

[Giovanni Forlini]

[Da «Bollettino Storico Piacentino», LXXI, 1976, pp. 1-6]