Francesco Picco, I fini e i confini della “Biblioteca Storica Piacentina”, in «Bollettino Storico Piacentino», 11, 1916, pp. 141-148.

Non è forse inopportuno né inutile, consentendolo l’amico Direttore, toccare su queste colonne di un quesito che, per quanto paia a prima vista di ovvia soluzione, dà luogo spesso a dubbi, a rilievi, a dispareri nel campo, più vasto di quanto non si creda, degli studiosi, che si occupano o seguono con interesse quese nostre ricerche di storia e di letteratura provinciale.
Soggiungiamo subito che nulla torna più gradito, a noi che siamo per così dire, della “vecchia guardia” del Bollettino per aver assistito al suo battesimo e per averne modestamente, ma amorosamente, vigilati i primi passi malcerti e seguita di poi la fiorente adolescenza in progresso, nulla più ci soddisfa di queste discussioni. A guisa di un pittore che, aggirandosi in incognito tra i curiosi di una mostra d’arte, va qua e là tastando il giudizio del suo pubblico e fa tesoro delle osservazioni acerbe, e si compiace delle lodi, che feriscono od accarezzano il suo orecchio, chi attende ad un qualsiasivoglia lavoro letterario o scientifico, non tanto si adonta del biasimo, né tanto si rallegra di qualche encomio, quanto si avvilisce, in cuor suo, della indifferente trascuranza di coloro che sono nella cerchia de’ medesimi studi, nella sfera delle comuni aspirazioni erudite. Bene accetta è adunque la critica delle persone colte e imparziali: le discussioni, magari le contese, sempre che siano contenute nei giusti limiti e ad armi cortesi, dan segno e sono prova di vitalità e non possono che spiacere a menti grette e meschine. Questo sia detto per dissipare ogni possibile equivoco. Per tornare all’argomento, eccoci di fronte ad una domanda che suona identica al titolo di queste pagine: quali sono, cioè, i fini e i confini della Biblioteca  Storica Piacentina?

I fini furono con chiara parola indicati nell’avviso-programma della collezione apparso nel 1909 […] e gli intenti suoi venivano pur di recente ribaditi nella lucida pagina premessa, a modo di prefazione, al V volume della collezione stessa, alla Miscellanea di storia, letteratura ed arte piacentina (1915) edita in occasione del decimo anniversario della fondazione del Bollettino. Dove è per l’appunto detto che il fine propostosi dai Redattori era quello di allargare e continuare, in una mutua cooperazione delle colone del periodico con le pagine dei singoli volumi, «l’azione dissodatrice e divulgatrice della coltura regionale e, in più largo senso, nazionale».
La “coltura regionale” è adunque quella che si mira ad illustrare con tutte le luci intellettuali che possono sprigionarsi dalle sonnolenti carte d’archivio e dagli svegli ingegni di chi pon mano ad esse; la “coltura regionale e, in senso più largo, nazionale”, bandito cioè ogni anacronistico senso di malinteso regionalismo e aperte le finestre ai liberi soli dalla scienza storica moderna, critica e rinnovatrice.

Dai fini deduciamo altresì la delimitazione dei confini della nostra Biblioteca; i quali confini, per abbracciare senza esclusione tutta la coltura regionale, debbono necessariamente essere, quanto alla natura dell’argomento da trattarsi, amplissimi. Tanto ampi anzi, che mal sapremmo quale argomento, anche lontano dagli studi che più precisamente meritano il nome di storici, si potrebbe, a rigor di termini, rifiutare. La delimitazione, a parer nostro, va intesa più in senso geografico che in senso concettuale: i confini sono cioè quelli segnati dalla regione piacentina, non dalla storia piacentina. E per Biblioteca Storica è da intendersi quella che si tratti di storia sì, ma non soltanto della …. Storia, bensì pur di storia delle lettere e di storia delle arti belle, che in Piacenza fiorirono e accompagnarono, in ogni secolo, lo sviluppo delle istituzioni civili e politiche, il sorgere, il decadere, l’avvicendarsi delle forme di governo, il succedersi delle persone che di queste ebbero il reggimento. E su questo punto insistiamo, sia perché siamo nel preciso programma di studio tracciato a se stesso dal Bollettino (che, nei primi numeri, sentì il bisogno di assumere il sottotitolo di «rassegna bimestrale di storia, lettere ed arte»), sia perché proprio su tale interpretazione da darsi alla funzione culturale della Biblioteca stessa volge qualche dissenso.

Fu detto, infatti, e fu ripetuto quasi ad ogni apparir di volume di questa ormai ben avviata silloge di monografie, che essa si svia, che la storia – nella sua vera fisionomia di indagine storica – è perduta di vista, che le promesse cronache e i carteggi inediti dormono i loro sonni indisturbati, senza che alcuno suoni loro, a sveglia e a invito, il mattutino …. Si potrebbe facilmente rispondere a chi muove l’osservazione, in apparenza legittima, che a torto «si rammarca», quegli che, osservando altrui intento all’opera, se ne sta in disparte, scegliendo per sé l’assai comoda e – in tempi di crisi della carta d’ogni tipo, compresavi la carta monetata! – l’assai meno dispendiosa missione del critico e del consigliere.
Metà pareri e metà denari …. sussurra il buon senso popolare. Poiché c’è pur mezzo in ogni impresa di questo basso mondo la questione finanziaria, che non serve affatto dissimulare; e molti bei castelli e progetti editoriali si sfasciano, se edificati sulle labili sabbie del desiderio … Certo vorrebbe la Biblioteca accogliere, nel bel formato de’ suoi volumi editi dalla storica tipografia Del Maino, e cronache e regesti e diari e memorie inedite, la cui pubblicazione solletica il desiderio degli studiosi, ma Mecenate non vive ai tempi nostri ….

Il Bollettino, sia detto a onore della sua saggia Amministrazione, fa – come è risaputo – miracoli in proposito. E quando era ancora agli inizi del suo cammino e non aveva ancora figliata la Biblioteca, or vegeta e lungamente vitale, s’era pur dato attorno per provvedere, in qualche modo, ad esumare cimeli storici. Tutti rammentano l’alleanza che strinse con la Società Storica Subalpina e come, con la valida cooperazione del Municipio di Piacenza, siansi concordati i mezzi per addivenire alla pubblicazione di quel ponderoso monumento, tuttora inedito Registrum Magnum […]. È trascorso, a dir vero, un lungo periodo di gestazione; ma l’impresa non è di quelle da prendersi a gabbo, ed è già merito non piccolo l’averne assicurata la stampa, con solidi accordi finanziari, nel Corpus Chartarum Italiae (edito della Soc. Stor. Sub. per cura di Ferd. Gabotto). Ora il memorando codice membranaceo, che consta di 729 carte del formato d’un in-folio in massimo, è tutto fotografato, tutto trascritto, e già qualcuno dei parecchi volumi, onde consterà la sua stampa integrale e testuale, sarebbe pur edito, se le condizioni create dalla guerra agli studi e all’industria tipografica non avessero consigliato la Soc. Stor. Sub. a soprassedere.

Ma appena ha potuto, il Bollettino ha voluto fare da sé e cinque volumi stanno a segnare il primo quinquennio laborioso della sua Biblioteca. Né avrebbe ragione alcuna chi, scorrendo l’elenco dei volumi finora apparsi, osservasse che troppo poca parte venga ivi fatta a monografie di carattere documentario e troppo grande invece a quelle a carattere informativo e divulgativo, o mormorasse, con certo ostentato disdegno: C’est de la littérature…. Letteratura sì, ma non di quella facile e frivola, bensì di quella che più propriamente si chiama letteratura scientifica e storica, per il fatto che segue nelle sue indagini il metodo storico, se pur giudiziosamente contemperato col metodo estetico, e nulla afferma o nega, né costruisce o abbatte, se non con fondatezza di documenti e al lume della critica. Tali non sono forse i bei Saggi Giordaniani (vol. IV della Biblioteca) del Fermi, che ebbero una sì bonne presse in Italia e all’estero e che per la storia della vita e dell’opera del Giordani sono di sì indiscutibile importanza? Ammettiamo di buon grado – per essere equanimi, non già per impancarci a critici fuor di tempo e di luogo – che la monografia su Ubertino Landi (vol. III) della Dardana avrebbe potuto aver pregi di maggiore sobrietà e di più acuta penetrazione; non per questo, che è difetto di metodo facilmente correggibile, può riuscire meno utile agli studiosi un contributo, per altro verso sì notevole, e del quale un’altra sorta di storia riceve bel rilievo, la storia del costume piacentino settecentesco. Né m’attardo qui a discorrere di proposito – dopo quanto ne disse il Calcaterra su questo stesso Bollettino – della Miscellanea (vol V), dove, accanto agli argomenti di letteratura ed arte, non mancano quelli di storia propriamente detta: basti far ricordo, ad es., del perspicuo studio su I codici vaticani del Chronicon di Pietro da Ripalta condotto, con quella tutta sua consumata perizia e dottrina, da Mario Casella.

Che se poi si volesse discutere sul procedimento seguito nel dar fuori i vari volumi, bisognerebbe rilevare un’altra benemerenza della Biblioteca. Essa si è iniziata infatti con il Catalogo dei manoscritti della Comunale di Piacenza (vol. I), quasi a muovere tacito invito agli uomini di buona volontà e di fine intelletto a frequentarne le capaci e doviziose sale: dotto catalogo compilato dal suo stesso esperto bibliotecario, dottor Augusto Balsamo, che sarà poi condotto a termine, con un secondo volume dal Fermi, e poi continuata, subito dopo, con un volume del Casella che studia ab ovo, sia pur brevemente, Le origini della città di Piacenza, tessendo la storia di una dotta polemica intorno ed esse (vol. II).
È storia della storia! Si poteva, per l’esordio di una Biblioteca storica, desiderare di più e di meglio?
Storica quindi e piacentina questa Biblioteca, come quella che storicamente indaga tutti i territori intellettuali della regione piacentina, estendentesi, nei vari periodi di tempo, più o meno addentro a quelle altre regioni, che nell’assetto politico attuale, le sono divenute limitrofe.

Così intesa, la collezione fa buon viso, senza parzialità di sorta, con eguale accoglienza ospitale, così alla fatica del paleografo interpretatore e trascrittore di testi antichi, come a quella dell’indagatore delle patrie memorie storiche o di quelle riferentisi alla bella letteratura o alla concettosa e gloriosa arte locale. E se per necessità logiche, per connessione di argomenti, per affinità di soggetti, qualche monografia elaborata senza preoccupazioni o coercizioni mentali sconfina dal territorio propriamente piacentino o se, ad es., per il periodo storico farnesiano e borbonico, si riconnette intimamente alle vicende della nobil sorella, nei secoli, di Piacenza, a Parma ducale, non per questo, a parer nostro, merita l’ostracismo. Non si dimentichi che la storia regionale è il punto di partenza: quella nazionale il punto d’arrivo. E pur ammettendo che, per equa ripartizione del lavoro, spetti a ciascuna provincia il compito di occuparsi degli studi ad essa pertinenti, non è men vero che tutte le province d’Italia debbono cooperare alla grande ricostruzione della storia e della coltura più propriamente detta italiana. […]