Appunti sul Carteggio di Stefano Fermi

Con la morte di Vittorio Fermi, la testata del Bollettino – come tutti sappiamo – è stata donata dalla famiglia Fermi all'Associazione "Amici del Bollettino Storico Piacentino", creatasi con il preciso scopo di mantenere viva la rivista piacentina nata nel lontano 1906 per volontà di Stefano Fermi. Con la testata la famiglia Fermi ha donato anche il carteggio che il fondatore della rivista raccolse nei 47 anni di direzione della rivista, del cui riordino e stata incaricata la sottoscritta.

Una prima tranche di lavoro è stata possibile grazie anche al contributo della Banca di Piacenza e si conta che il resto sia finanziato dalla Soprintendenza regionale ai beni librari e documentari, che si e dimostrata interessata al progetto promosso dagli "Amici del Bollettino".

Questo carteggio, composto quasi esclusivamente dalle lettere ricevute da Fermi, si presentava, al momento della consegna, costituito da due nuclei di documenti: uno parzialmente suddiviso per mittente dagli eredi Fermi, con una numerazione progressiva che raggruppava 5.000 lettere, e da una seconda parte di documenti mai vagliata precedentemente, la cui consistenza mi induce a raddoppiare la cifra iniziale (1). Al momento attuale il riordino è ben lungi dal considerarsi a buon punto; perché allora non attendere la fine dell'impresa?

Principalmente per tre motivi: 1) per ricordare in questa occasione uno dei cittadini più illustri ed amati di Caorso; 2) per ricordarlo come studioso ed attivo protagonista della Deputazione di Storia Patria piacentina: tutti sapranno che fu sotto la sua presidenza che le sedute della deputazione furono tenute non soltanto a Piacenza, ma anche in altri centri della provincia, per avvicinare la storia al territorio; 3) per cominciare a evidenziare alcune linee di ricerca che si possono sondare tramite lo studio della materia che vado ordinando.

II carteggio di Stefano Fermi costituisce non solo un importante materiale di studio per la storia del Bollettino e della genesi della sua produzione, ma anche per delineare un profilo degli intellettuali piacentini e italiani che con Fermi entrarono in contatto – come già qualche tempo fa ha sapientemente fatto Massimo Baucia con lo studio delle lettere di Mario Casella, che da questo carteggio sono state, appunto, tratte (2). Ma gli argomenti su accennati non sono che i due più consistenti evidenziatisi da una piu che parziale visione della materia.

L'obbiettivo è stato, fino ad oggi, la messa a punto dei mezzi tecnici e metodologici di lavoro per il riordino di una così vasta materia; con Massimo Baucia e Vittorio Anelli si e avvertita 1'esigenza di studiare una scheda descrittiva per ogni documento proveniente dall'archivio Fermi che, nel rispetto dei principi archivistici correnti, si presenterà quindi, a lavoro ultimato, sotto forma di carpetta che riporta sulla prima pagina i dati identificatori del documento contenuto all'interno, e quindi:
1) numero d'ordine di sezione: ogni documento avrà una sigla ed un numero che identifica ogni singolo pezzo;
2) numero d'ordine generale progressivo: a lavoro ultimato ad ogni documento sarà apposta una numerazione progressiva secondo l'ordine alfabetico dei mittenti e quello cronologico dei pezzi;
3) data e luogo;
4) mittente;
5) incipit;
6) tipo di documento;
7) note sulle fonti;
8) riferimento ad altre lettere;
9) parole chiave.

Con la dicitura "Note sul contenuto" si cercherà di dare informazioni relative al soggetto del documento, senza con ciò pretendere di essere esaustivi od aver appianato le difficolta intepretative.

Questa scheda dovrebbe agevolare lo studioso che si accingerà all'esame della materia e costituire il primo passo verso una successiva informatizzazione dell'archivio stesso. A lavoro ultimato il carteggio sarà depositato nell'Archivio di Stato di Piacenza.

Un motivo di interesse è dato dalla quantità e qualità dei mittenti: considerando soltanto le 5.000 lettere numerate, si contano 995 corrispondenti, che comprendono, tanto per rendere quantificabile quanto vado elencando, fra gli studiosi piacentini, le 56 lettere di Cerri, le 113 di De Giovanni, le 68 di Rapetti, le 368 di Nasalli Rocca e le 591 di Pettorelli; fra gli esponenti nazionali di primo piano della cultura dell'epoca basterà ricordare Barbi, Prezzolini, Cian, Ghisalberti e in particolare Calcaterra con 130 lettere e Picco, del quale per ora è ancora impossibile indicare la precisa consistenza numerica, vista la grande quantità di materiale. Vanno inoltre ricordati molti direttori di riviste letterarie e storiche e di case editrici che ebbero una corrispondenza con Fermi (come Formiggini, Vallardi, Cappelli, Hoepli), chiaro segno della molteplicità degli interessi coltivati da Fermi, come tutti sappiamo, ma anche dell'attenzione che gli altri rivolgevano all'opera del Nostro.

Ed era per le sue capacità di ricercatore che spesso fu richiesta la sua collaborazione ad opere come il dizionario enciclopedico Treccani, ad una monografia storica su Piacenza che Fermi, per non compromettere per troppo lavoro il suo impegno di direttore del Bollettino, preferì passare ad altri. Per lo stesso motivo, ma non soltanto, rifiutò nel 1920 l'offerta per diventare direttore tecnico di una "forte societa editrice per il Nuovo Gior-nale e pubblicazioni affini" (3). Fermi, con la chiarezza che lo contraddistinse sempre, rispose che se si fosse trattato unicamente della direzione di un'azienda editrice forse avrebbe potuto prendere in considerazione l'offerta, ma se si aggiungeva anche la direzione del "Nuovo Giornale" la declinava senza alcun dubbio, non sentendosi "la capacità e l'attitudine a dirigere un giornale politico e d'altra parte non volendo militare in un partito che non è il mio, o meglio che non corrisponde alle mie vedute plitiche" (4). Altrettando fece alla proposta di padre Corna di fondere 1'"Illustrazione piacentina" con il "Bollettino Storico Piacentino", dichiarandosi contrario ai periodici "dal preciso carattere politico e confessionale, mentre la rivista da lui fondata e diretta doveva la sua esistenza unicamente ad "un discreto numero di abbonati fedeli" (5). Simpatia e fedeltà al Bollettino che fu immediatamente confermata dall'approvazione toto corde di Pettorelli: "la proposta del reverendo era una proposta ridicola e tu hai fatto benissimo a rispondere colla tua lettera del 26, in termini cosi dignitosi e categorici [...] il Bollettino è Bollettino e dovrà rimanere tale fino a che piacerà al destino di concedergli la vita: ma niente combinazione, niente compromessi, niente accordi che facilmente servirebbero a poco nobili fini" (6).

Se l'operosità e il valore di studioso di Fermi si può apprezzare nelle sue opere, il carteggio ci offre la possibilità di considerare tutto ciò in un'ottica nuova, che ci permette di cogliere la dinamica delle azioni, soprattutto – come in alcuni casi – quando in una corrispondenza fittissima si possono trovare tracce di risposte scritte a margine o, come nel caso del carteggio con i discendenti di Pietro Gioia, si posseggono le fotocopie delle lettere di Stefano Fermi, quando esse sono ancora conservate dai corrispondenti o da altri.

A questo proposito vorrei aggiungere alcune considerazioni emerse durante il riordino delle carte cercando con questi esempi di mostrare ai presenti alcune pagine dei miei appunti, osservazioni prese "a caldo", mentre riordinavo la materia, di condividere, cioè, il momento in cui da fogli scritti le lettere del carteggio diventavano documenti ed ipotesi di lavoro: in particolare mi soffermerò sul metodo storico di Fermi e sul personaggio.

Sin dai primi numeri del Bollettino, Fermi si prefisse lo scopo di far luce sul passato di Piacenza, non per dimostrare chissà quale primato storico piacentino, ma perché se il passato e un dato immodificabile – scrisse Marc Bloch – la conoscenza del passato è una cosa in fieri, che si trasforma e si perfeziona incessantemente. Per questo Fermi andò sempre alla ricerca delle fonti storiche per cercare di dare una spiegazione a tanti dubbi interpretativi: ed ecco il perché degli sforzi compiuti per identificare il materiale manoscritto di Melchiorre Gioia, Pietro Giordani e Gian Domenico Romagnosi portati avanti unitamente tramite ricerche archivistiche, corrispondenza con gli studiosi specialisti e con i discendenti.

A titolo di esempio ricorderò brevemente com'è nata la notizia del ritrovamento della "Storia dei Papi" di Melchiorre Gioia. Lodovico Gioia, figlio di Pietro Gioia, scrisse di aver saputo dallo zio Francesco che "per soverchio zelo religioso della famiglia", "il di lui fratello Lodovico aveva gettato alle fiamme una «Storia dei Papi» di suo zio Melchiorre", preso atto delle "considerazioni etorodosse che vi esistevano" (7). Fermi, grazie anche alla corrispondenza che intratteneva con gli studiosi del Gioia, comunicò la notizia a Fabio Luzzatto, il quale compì ricerche negli archivi e biblioteche milanesi e dimostrò che, almeno, non era stata stesa una sola copia di questo manoscritto (8). La stessa scrupolosità di ricerca si evince dalla corrispondenza con Glauco Lombardi e Vincenzo Morelli per quanto riguarda il ritrovamento del patrimonio artistico di casa Farnese e la lunga battaglia che seguì perché queste opere ritornassero a Piacenza dopo che dall'unità d'Italia esso era entrato a far parte degli arredi delle residenze dei Savoia e successivamente depositato nei magazzini del museo nazionale di Napoli (9).

Passiamo ora al personaggio: Fermi riusciva a far scaturire, da una corrispondenza nata per un interesse, l’ammirazione per la persona. Gino Gioia, nipote di Pietro, si permise di chiedere consiglio a Fermi per una decisione molto difficile da prendere, quale il referendum popolare del 1946 per risolvere il problema istituzionale. Fermi, con molta sincerità, rispose con una lettera che è una lezione di storia contemporanea, in cui vengono esaminati in poche pagine i fatti degli ultimi due anni che lo avevano determinato alla scelta repubblicana: "Non creda che parli in me l'antifascista convinto della prima ora o l'insegnante perseguitato per non aver mai voluto la tessera del partito fascista [...] sono gli eventi successivi che mi convincono della necessità di eliminare, insieme col sovrano fedifrago e di null'altro pensoso che dei propri interessi, anche la sua casa [...]. Il 2 giugno fara tuttavia giustizia e la repubblica che ne verrà [...] sarà [...] democratica" (10).

Tralasciando le considerazioni sull'impegno plitico di Fermi, che meriterebbero uno studio serio ed approfondito, la lettera ci dimostra in maniera evidente che questo carteggio, abbracciando un arco di tempo che va dagli ultimi anni del 1800 (con alcune cartoline postali a Stefano Fermi quando era ancora studente al Collegio Alberoni) fino al 1952, anno della sua morte, percorre sessant'anni di storia, densi di eventi importanti che inquadrano perfettamente l'ambito in cui va inserita 1'opera e la vita di Fermi, dei suoi corrispondenti e del Bollettino.

Sì, perché se il soggetto predominante è Fermi, il co-protagonista e indubbiamente il Bollettino, la rivista di Fermi, e la piu autorevole voce storica della città: abbiamo oggi la possibilità di valutarne insieme alla storia ufficiale (quella dell'opera stampata), la sua genesi, tramite il carteggio. Già l'articolo di Ferdinando Arisi sul Bollettino di quest'anno ha dimostrato quanto vigile fosse l'opera di supervisione esercitata dal suo direttore, e come i progetti prendessero forma, ma in altri casi potremmo trarre indicazioni da quelli abbandonati (11).

Peraltro il Bollettino è sempre stato la sede prescelta da intellettuali ed uomini di buona volontà per lanciare rivendicazioni storiche – il termine non sarebbe piaciuto a Fermi che preferiva dire riappropriazioni del passato – e civili nei confronti dell'amministrazione pubblica e che il carteggio rivela in tutto il loro valore: mi riferisco alla richiesta di una sede per un archivio unico, per una sede appropriata per il Museo, alla rivalutazione di palazzo Farnese, all'inopportunita di cambiare il nome ad alcune vie di Piacenza. Queste ultime sono indicative del ruolo svolto dal Bollettino e da alcuni suoi collaboratori e non sono da considerarsi come rivendicazioni politiche, ma dettate da quell'educazione civile connessa con il "mestiere di storico" che alcuni hanno saputo così bene interpretare.

[In «Archivio Storico per le Province Parmensi», s. IV, XLIII, 1991, pp. 215-221]
(1) È stata usata la denominazione "Carteggio Fermi" anche se con tale espressione alcuni specialisti intendono una relazione epistolare reciproca fra un mittente e un destinatario, e viceversa, mentre l’archivio in questione è costituito quasi esclusivamente da lettere o cartoline dei corrispondenti, perciò sarebbe forse piu gradito il termine "corrispondenza".
(2) Cfr. "Bollettino Storico Piacentino", 1986/2, p. 302.
(3) Carteggio Fermi, Chiappa Antonio, lettera, Caorso 9 marzo 1920, [2] p. Per le note successive sarà omessa l'indicazione, sottintesa. di Carteggio Fermi e si indicherà solamente la busta con il nome del corrispondente.
(4) Fermi Stefano, minuta della lettera di risposta, 1 p., sulla 2a carta della lettera di A. Chiappa: v. nota 2.
(5) Corna Andrea, copia della risposta data da Fermi alla lettera di P. Corna, [s.l.], 26 ottobre 1910, [1] p., sta insieme con la lettera di padre Corna, in data 25 ottobre 1910.
(6) Pettorelli Arturo, lettera, Genova, 25 ottobre 1910, [6] p.
(7) Gioia Lodovico, cartolina postale, [Genova], 22 marzo 1920, [1] p.
(8) Gioia Lodovico, lettera, Genova, 14 dicembre 1921, [4] p.
(9) Lombardi Glauco, ricevuta postale, Colorno, 12 novembre 1910, [2] p.; lettera, Colorno, 19 agosto 1921, [4] p., solo per citarne alcuni.
(10) Fermi Stefano, fotocopia della lettera, Caorso, 23 maggio 1946, [4] p.
(11) Ferdinando Arisi, Stefano Fermi mio maestro, in “Bollettino Storico Piacentino”, 1991/1, pp. 3-9.